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Più inclusività, adesso è il momento di parlarne In evidenza

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Quando si parla di vino una delle parole chiave che emerge con maggiore ricorrenza è convivialità. È normale, nella nostra cultura nessun’altra bevanda viene automaticamente associata alla condivisione.

Di cibo, certo, ma anche di tempo e di spazio. Come se il vino riuscisse più e meglio di altre cose a fare da collante sociale, di generazione in generazione. Il vino nella sua veste di ambasciatore della tavola è poi quasi sempre presente nei ristoranti, luoghi privilegiati per parlare di condivisione, e quindi luoghi di dialogo, di confronto, di contaminazione. Luoghi che più di altri potrebbero (dovrebbero) essere al centro di ogni possibile ragionamento e conversazione sui temi dell’inclusione.

Invece no, nelle ultime settimane l’enorme dibattito americano intorno al movimento del Black Lives Matter ha solo sfiorato l’Italia e al tempo stesso è stato anche del tutto assente dall’agenda di chi si occupa di ristorazione. Un peccato, anche alla luce di un’evidente discrasia: da una parte tanti chef e l’enorme circo mediatico che circonda tutto un mondo fatto di stelle e di stelline, dall’altra le loro cucine, in diversi casi luoghi fatti di nonnismo, di sessismo, di razzismo.

È passato ormai molto tempo dalle mie esperienze dirette in quel tipo di ristorazione, di cui ho un ricordo chiaroscurale per questo motivo: oltre le porte della cucina, i riflettori, all’interno le urla dello chef di turno, le lacrime di chi veniva redarguito in modo eccessivo, gli atteggiamenti un po’ ostili nei confronti di tutti quelli che erano nuovi, ragazze in primis. Mi chiedo quindi se e come anche l’industria del vino oltre naturalmente a quella dell’accoglienza possa interrogarsi a partire da questo tema. Come possa migliorarsi dando a tutti le stesse opportunità, e se questa sia una questione di particolare urgenza.

La mia sensazione è che lo sia, ma al tempo stesso che nessuno di noi sia abituato a farci caso. Come se fosse qualcosa che non esiste anche se, evidentemente, non è così.

 

Più inclusività, adesso è il momento di parlarne
   
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Jacopo Cossater

Nato in Veneto, appena maggiorenne si trasferisce a Perugia per motivi di studio. È più o meno in quel periodo che si innamora del sangiovese, completa il percorso dell'Associazione Italiana Sommelier ed apre un blog, non necessariamente in quest'ordine. Dopo aver vissuto per troppo tempo a Milano e troppo poco a Stoccolma è tornato in Umbria, dove oggi lavora. Giornalista, collaboratore della guida "I Vini d'Italia" edita da l'Espresso, scrive anche su Enoiche illusioni e Intravino, due dei più popolari wine blog italiani.